Mi è capitato di disquisire della riforma delle pensioni, sia di quella preparata dall’ex ministro Maroni, sia di quella concordata nel Luglio di quest’anno dal governo e dai sindacati.
Mi è sembrato subito chiaro che la grancassa mediatica e sindacale ha fuorviato il giudizio delle persone riguardo alle differenze fra le due riforme.
Una delle critiche che sono state mosse alla legge Maroni era inerente alla possibilità per i lavoratori di rinunciare all’accredito della pensione continuando l’attività lavorativa e percependo un significativo incentivo salariale, mi è stato detto che non tutte le categorie erano “abilitate” ad usufruire di tale possibilità.
Per chiarezza quello che prevedeva la riforma Maroni in pratica era che se il dipendente decideva di continuare l’attività la quota che il datore di lavoro avrebbe dovuto versare allo stato sarebbe invece stata corrisposta al dipendente ed in oltre, queste quote, non sarebbero andate a cumularsi al reddito per comporre la base imponibile IRPEF,
Ho riletto la legge di riforma (243/2004) e il decreto in essa richiamato (D.M. 6 ottobre 2004) in merito a tali incentivi, ma non ho trovato nulla che indichi che alcune categorie ne siano escluse, o meglio l’unico acceno che ho trovato è che si parla di “Dipendenti del settore privato”, e forse la critica riguardava l’esclusione del settore pubblico, ma si sa che il settore pubblico è sempre stato assestante per normative e regolamentazioni (vd. baby-pensioni ndr).
Ma veniamo al nocciolo della questione, riprenderò gli altri temi più avanti.
Quando si va in pensione?
Chariamo subito una cosa, entrambe le riforme traguaradano il requisito di 61 anni di età almeno, la differenza stà nel come ci si arriva.
La riforma Maroni era più drastica, del tipo “via il dente via il dolore”, infatti perevedeva che già dal 1/1/2008 l’età pensionabile passasse dagli attuali 57 anni a 60 anni, e il 1/1/2010 a 61 anni, età mantenuta fino al 2013, anno in cui si sarebbe verificato se c’era necessità di ulteriori aggiustamenti, mentre il requisito di anni di contribuzione restava fissato a 35 come minimo per il diritto alla pensione.
L’accordo di Luglio è più morbido, ma nello stesso tempo introduce una variabile che risulta determinante per il calcolo del raggiungimento del diritto alla pensione, la cosidetta QUOTA.
La QUOTA non vale nel primo anno di applicazione, il 2008, che vede innalzato di un anno l’età pensionabile, da 57 a 58 anni, contro i 3 della Maroni, dal 2009 invece per sapere se si può andare in pensione si dovranno sommare età anagrafica e anni di contribuzione e controllare se si raggunge il parametro di QUOTA.
I parametri dal 2009 sono i seguenti:
- Anno 2009 – Età=59 QUOTA=95
- Anno 2011 – Età= 60 QUOTA=96
- Anno 2013 – Età=61 QUOTA=97
In soldoni cosa vuol dire, che nel 2009 si dovranno avere 59 anni e 36 anni di contributi oppure 60 anni e 35 anni di contributi, nel 2011 60 e 36 oppure 61 e 35, nel 20013 61 e 36 oppure 62 e 35 (da notare che nella Maroni i 62 anni non erano citati ndr).
Sono così differenti le due riforme? A mio giudizio no. Se pur vero che lo “shock” iniziale è inferiore, è altrettanto vero che a parità di anni di contribuzione, 35, dal 2009 non cambia quasi nulla, anzi al traguardo del 2013, con la nuova legge, si perderebbe un anno, 62 anzichè 61.
Altre sostanziali differenze non ne ho trovate, anche perchè da ciò che si legge sull’accordo di Luglio, vedremo poi la legge come sarà effettivamente, lo sbandierato aumeto da 2 a 4 delle “finestre di uscita” parrebbe essere solo per i lavori usuranti e per chi raggiunge i 40 anni di contribuzione, ma ripeto bisognerà aspettare la legge effettiva per verificare.
Invece ho constatato l’abrogazione totale degli incentivi per chi decidesse di restare sul posto di lavoro, sostituiti con un generico impegno ad “approfiondire gli effetti dell’attuale regime di cumulo tra redditi da lavoro e pensione al fine sia di incentivare la permanenza in attività di lavoro sia di contrastare lavoro sommerso e inregolare da parte dei pensionati favorendone trasparenti e regolari condizioni di attività”, ovvero tanta aria fritta.
Però si sono anche impegnati a “verificare la possibilità di intervenire, nel rispetto delle compatibilità finanziarie, sul regime pensionistico-previdenziale dei lavoratori immigrati extracomunitari, in primo luogo attraverso l’ampliamento del ricorso a specifici regimi convenzionali con i paesi di provenienza, e in subordine sul piano normativo”, anche quì tante parole ma nulla di preciso, però che da un lato si tolgano delle opzioni agli italiani e dall’altra se ne promettano a stranieri, sarò razzista, ma non mi sta bene.
In definitiva non mi sembra che i sindacati possano andare in giro a dire che hanno ottenuto degli ottimi risultati, cosa che invece fanno regolarmente, riempiendo di fandonie chi li ascolta e millantando meriti che non hanno, hanno firmato un diktat prodiano non hanno concordato nulla, di contro mi spiace che tanta brava gente si faccia abbindolare da questi “venditori di auto usate” e alla fine creda che hanno portato avanti le loro istanze quando invece tirano solo a far carriera per poi entrare in politica, Marini,Bertinotti e Cofferati docet!
ti leggo con attenzione
dobbiamo assolutamente organizzare qualcosa assieme
ciao e buon natale
Da: spadafora live su dicembre 24, 2007
alle 6:38 pm
Grazie Spadafora.E non finisce qui, sto preparando un pezzo su precariato e legge 30, altro pacco con mattone venduto dai sindacati.Mi sto anche trasferendo con il blog per poter usare un qualche cosa di più “professionale” di questo.Buon Natale anche a te e a presto.
Da: Massimo su dicembre 25, 2007
alle 11:02 am